Londra

Londra
Anniversario a Londra

Austen

Austen
Lost in Austen

Shirley

Shirley
Shirley di Charlotte Brontë

Brontë Fever

Io sono la quarta sorella Brontë. Pamela Brontë.

image source
 Non so nemmeno io cosa sia peggio tra il titolo, la rivelazione shock e la vignetta, ma non ho saputo resistere a nessuno dei tre.
Ho sempre subito il fascino delle sorelle Brontë. Se la loro vita interiore fu ricca e stimolante, lo stesso purtroppo non si può dire delle esistenze che condussero. Nessuna, al contrario di Jane Eyre, superate le difficoltà godette di un lieto fine. Charlotte, quella che ci andò più vicino, lo mancò per un soffio, beffata dalla sorte. E' proprio il divario tra l'apparente ordinarietà di queste tre donne e la potenza delle loro opere ad attrarmi. Le immagino nella casa paterna, la canonica di Haworth, nello Yorkshire, che fronteggia un cimitero, firmare i loro manoscritti come Currer, Ellis e Acton Bell, senza sapere ciò che i loro veri nomi sarebbero diventati.
17

Il mio bottino (Salone Internazionale del Libro 2015)

Prima che sia troppo tardi e la tempistica si faccia vergognosa, ecco il bottino del mio sabato al Salone del Libro. E' stata una toccata e fuga, purtroppo, con sveglia alle cinque per arrivare a un orario decente, borse imbarazzanti sotto agli occhi, armata di (inutile) wishlist e di Last Century Boy in procinto di guadagnarsi la santità. Ne è valsa la pena, ovviamente, anche se il giorno dopo ho necessitato di dodici ore di sonno per riprendermi. Ora che ci penso, una per ogni libro che ho comprato *_* (Mistero numero 1)
Ma quanto sono bellini messi in posa *_*? Aaaw! 
Sono particolarmente orgogliosa di non aver pagato nessuno di loro a prezzo pieno. Mi ero imposta di acquistare solo titoli scontati, e ho mantenuto fede alla promessa. Trovo la stitichezza (mi si passi il francesismo) di alcune major assai scandalosa, e l'esempio perfetto è stato l'Einaudi, che nonostante pubblicizzi nel sito ufficiale uno sconto del 20% sui tascabili dall'8/05 al 07/06, in fiera... no. (Mistero numero 2)
Dato che nella foto non si leggono benissimo (anche grazie alla mia mania di mettere cuoricini ovunque) ecco l'elenco dei fortunati dodici che sono tornati a casetta con me:
  • Mogli e figlie di Elizabeth Gaskell e L'eredità di Louise May Alcott, gli ultimi due titoli editi dalla Jo March. Piccolo rimpianto: non essermi presentata, avrei tanto voluto stringere la mano alle ragazze e dichiarare la mia enorme stima per il lavoro favoloso che stanno facendo T_T uff, perché diamine sono così riservata?
  • Jane Eyre della Divina. E' l'edizione della Giunti che ha in copertina Mia Wasikowska. Avrei preferito il Fassy, ma ci si deve accontentare (e comunque più carina di quella attualmente in mio possesso).
  • La bambinaia francese di Bianca Pitzorno, De Profundis di Wilde, le Lettere di zia Jane e Sui diritti delle donne di Mary Wollstonecraft, tutti al Libraccio a un prezzo ridicolo. Sudatissimi, ça va sans dire. 
  • Come leggere un libro di Virginia Woolf, Passigli Editore.
  • L'anello rubato di Selma Lagerlöf (il mio primo Iperborea *_* era ora!)
  • Un matrimonio inglese di Frances Hodgson Burnett, caldamente consigliatomi dalla Leggy... come resistere? Ditemelo. Tra l'altro l'Astoria è un'altra di quelle CE di cui comprerei qualunque titolo a occhi chiusi.
  • La sola idea di te di Rosie Alison, Beat, romanzo di cui ignoravo l'esistenza, ma che si preannuncia un'ottima lettura estiva.
  • Suzie Moore e il Nuovo Viaggio al Centro della Terra di Anita Book, Dunwich Edizioni, perché Anita è Anita e non vedo l'ora di leggere la sua storia.
Nella lista non è incluso un regalo per mamma, Bella era bella, morta era morta, di Rosa Mogliasso (NN Editore), autrice che adora. Ero convinta ce l'avesse, a dire il vero, e quando le ho scritto un sms per avere ragguagli, la sua risposta è stata qualcosa come "che stai aspettandoH, prendimeloH!"
E questo non è neanche vagamente tutto (oltre alla Leggy ho conosciuto Nereia♥) ma passo e chiudo. Anzi no, c'è l'Ultimo Grande Mistero. Un enigma a cui prima o poi Adam Kadmon dedicherà un'intera puntata, ovvero come possa sopportarmi il Last Century Boy. Perché non solo mi ha cavallerescamente offerto il viaggio, portato le borse con gli acquisti, gestito i viveri nello zaino e scovato gli stand (ho un pessimo rapporto con le mappe e zero senso dell'orientamento). No. Non mi ha strozzata anche se ho criticato i suoi acquisti (ma scherzavo eh...) e non mi ha scaraventata giù dal Frecciabianca quando gli ho chiesto di portarmi un caffè, anche se si è rifiutato, chiariamo XD. (No, di solito non sono una così brutta persona, ma avevo tanto sonno °_°)

No, vabbé, parliamone.
12

I cani e i lupi di Irène Némirovsky #impressioniflash

#datemiancoraunpo'diNèmirovsky imploravo qui. E così mi sono data a I cani e i lupi (non letteralmente, meglio specificare, messa così sembra che mi sia gettata in pasto a un branco di bestie affamate). Ebbene, altro capolavoro. Troppa grazia divina, negli ultimi mesi, e inizio a temere che prima o poi mi capiterà tra capo e collo una ciofeca di quelle che richiedono mesi di recupero. Per ora voglio continuare a credere alla favola del "come sono diventata brava a scegliere i libri" U_U
Per la trama, vi rimando a Wikipedia, e dato che si tratta di #impressioniflash sarò assai concisa. Dopo aver letto Suite francese, per un atavico pessimismo pensavo: "ah, non mi potrà piacere così tanto!". Poche pagine sono state sufficienti a farmi ricredere. Quest'autrice ha il raro dono di scrivere portando a nudo l'essenza delle cose. Natalie Goldberg spiega il concetto molto meglio di me, e infatti mi è venuto in mente il suo saggio sulla scrittura Writing Down the Bones (in Italia Scrivere Zen di Ubaldini Editore). Difficile da tradurre, ma facile da intuire. Non per questo si tratta di uno stile scarno, tutt'altro. Come in Suite francese, la sua è un'essenzialità che lascia scorrere la storia senza servirsi di fronzoli, portando a galla con naturalezza la vita interiore dei protagonisti. 
E' una storia sull'ineluttabilità del destino spinta agli estremi, soffocante, priva di vie di fuga. Incarna un punto di vista che mi è estraneo, e che mi ha fatto riflettere su come le radici di un popolo possano influire sulle scelte e sulla realizzazione del singolo. Ada e gli altri non sono padroni di se stessi e delle loro vite, al contrario sembrano essere imbrigliati a un passato ancestrale, dal quale non possono mai emanciparsi del tutto. Da ciò deriva un senso di rassegnazione, e la necessità di accettare come la libertà sia solo un'illusione di cui liberarsi quanto prima. Non sono tematiche leggere, eppure questo romanzo si divora in modo quasi febbrile, anche per merito di una protagonista indimenticabile, dallo "sguardo forastico e attento come quello di una bestiola selvatica", che vive ed ama con un'intensità priva di affettazione. 


"Perché Dio mio, perché non me l'hai dato? Era creato per me, destinato a me, e io a lui... Dammelo! Io accetto tutto: l'abbandono quando si sarà stancato di me, il dolore, la vergogna, tutto al mondo, ma dammelo! E' impossibile che io lo abbia amato così a lungo e sino a oggi invano, se non era nel tuo volere riunirci un giorno! Dammelo, Signore..."
La strada era buia, deserta. Nessuno avrebbe visto le sue lacrime scendere.
...Tutto, nella sua esistenza, non era piombato su di lei come un fulmine dall'alto del cielo? Tutto, felicità e disgrazia. "Perché Dio concede agli uni sentieri sicuri e tranquilli, mentre per altri si aprono precipizi sotto il cammino in ogni istante?", si domandava Ada. E dal fondo del passato le tornavano le parole del padre, e il suo tono triste e beffardo: "Ma Dio sa quello che fa, e a quei maledetti dà un passo leggero e agile che li salva sul bordo del precipizio. Gli dà anche grandi felicità, del tutto inattese, terribili quasi quanto i disastri".
9

Suite francese di Irène Némirowsky #impressionidilettura

Mi trovo sempre più in difficoltà nello scrivere questi commenti, forse perché da quando ho iniziato a scegliere le mie letture con estrema oculatezza (più invecchio e più divento snob XD) non sono incappata in nessuna ciofeca. Il mio motto è diventato "più classici, meno fuffa", e devo dire di essere quanto mai soddisfatta di ciò. Tranne quando, appunto, giunge il momento della recensione, perché se demolire un romanzo da quattro soldi mi viene facile come bere una tazza di tè, è un tantino più complesso parlare di un capolavoro. Il termine recensione, poi, mette una certa pressione mentale, come si discuteva con Luz del blog Io, la letteratura e Chaplin. D'ora in poi ho deciso che intitolerò questi post "impressioni di lettura", cosicché sia chiaro che di questo si tratta e nulla più. 
Il capolavoro in questione è Suite francese di Irène Némirovsky, primo romanzo che leggo di quest'autrice destinata, lo so già, a entrare nella mia cerchia dei preferiti. L'ho corteggiata a lungo, va detto. Ne ero attratta con titubanza. Poi (come sono banale) uscito il film ho capito di non avere più scuse, dovevo leggerlo prima di vederlo, peccato che al cinema non ci sia più andata, e che il libro sia rimasto sullo scaffale insieme alla grande famiglia dei non iniziati. E li sarebbe rimasto chissà per quanto tempo se non mi fosse stato consigliato in un gruppo di Anobii (sempre sia benedetto Anobii!). Il mio approccio a questa scrittrice è iniziato così con l'ultima delle sue opere, tra l'altro incompiuta. Molto da me, insomma.
Giusto per offrire qualche informazione di servizio *dlin dlon* quest'opera nel progetto della Némirovsky (di nazionalità ucraina e trasferitasi in Francia all'età di sedici anni) avrebbe dovuto essere composta da cinque parti, o meglio, movimenti, per continuare con la metafora musicale. Ne concluse solo due prima di essere arrestata nel 1942 in quanto ebrea e deportata ad Auschwitz, dove morì un mese dopo. Leggerle è stato doloroso per molte ragioni. Di una ci si rende conto solo dopo aver voltato l'ultima pagina e averne trovata una il cui candore è ingannevole. Avrebbe dovuto essere rossa, come il sangue che è stato versato, oppure nera, in segno di lutto e del nulla nel quale rimangono sospese le storie che non si sono concluse. Dal mero versante culturale, non resta che assaporare la perfezione di Tempesta di giugno, con l'esodo dei parigini in seguito all'occupazione della città, e di Dolce, che mostra la complessità del rapporto tra vinti e vincitori. Perdonatemi. E' molto, molto più di tutto ciò. E' come amo venga raccontata la grande storia... attraverso i dettagli, le sfumature, le esperienze del singolo. Dei numeri, delle date, non mi è mai interessato un granché, e li scordo subito. L'altro punto di vista, invece, si sedimenta nello strato più profondo dei miei pensieri, e lì vi resta. Suite francese è letteratura anche per il modo sottile con il quale scandaglia l'animo umano e si insinua nella mente del lettore provocando in lui l'empatia. Ho dovuto abbandonare la mia casa, la mia vita, ogni sicurezza conquistata, e partire verso l'ignoto. Sono stata francese e tedesca. Uomo e donna. Mi sono innamorata del mio nemico, forse, ma non so se fosse amore o desiderio di colmare un vuoto, e non so se fosse mio nemico. Nulla è assoluto. Guardando più da vicino, ci si accorge che quella che dall'alto sembrava una massa indistinta è invece la somma di minuscoli puntini, in cui ogni individuo ha la propria verità e la propria storia da raccontare. Ecco perché Suite francese è un'opera corale, sì, ma non si tratta di una coralità grigia e sfocata. Ogni voce è unica e vibrante, nonostante la Némirovsky si muova tra di esse con una naturalezza ingannevole. Con una lucidità che non sfocia mai nel cinismo, ma che si mescola a momenti di lirismo disarmante, scandaglia l'animo umano mostrando come luci ed ombre risiedano nei luoghi più inaspettati.

Ok, sono partita per la tangente. Mi fermo qui, faccio l'autostop, e mentre aspetto vado avanti con la lettura di I cani e i lupi. #ancoraunpo'diNémirovskygrazie

"Si sa che l'essere umano è complesso, plurale, scisso, pieno di risvolti, ma ci vogliono guerre, grandi rivolgimenti per rendersene conto. E' lo spettacolo più appassionante e terribile", pensò ancora. "Il più terribile perché il più vero; non ci si può illudere di conoscere il mare se non lo si è visto nella tempesta come nella quiete. Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in tempi simili a questo può dire di conoscerli a fondo, e solo lui conosce se stesso."
4

I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe

Non è stata esattamente una passeggiata leggere le 1025 pagine di questo capolavoro della letteratura gotica ma, come si suol dire, scalare una montagna è faticoso, tuttavia non c'è ricompensa migliore del panorama di cui si gode una volta raggiunta la cima! Era da tempo immemore che desideravo farlo e continuavo a desistere intimorita dalla mole. Se ci sono riuscita devo ringraziare le mie compagne di viaggio del gruppo di lettura su Anobii, per il sostegno e perché non c'è nulla di più appagante di chiacchierare strada facendo. Mannaggia. Non riesco a liberarmi della metafora del viaggio... sono ancora sotto l'influsso de I Misteri di Udolpho, abbiate pietà di me. 

Udolpho, d'ora in poi mi riferirò al romanzo così per amor di brevità, è almeno in parte quello che promette di essere. Venne pubblicato per la prima volta in quattro volumi nel 1794, trent'anni dopo un altro celebre castello, quello di Otranto, e insieme a lui contribuì a creare le regole di un genere. Con la Radcliffe ci si addentra nel gotico femminile: eroine innocenti vittime di figure maschili emblema di un potere patriarcale claustrofobico come i bui corridoi nei quali vagano alla ricerca di una via di fuga. Emily St Aubert è una di loro: rimasta orfana di entrambi i genitori, per gli errori di una zia pericolosamente sciocca si trova in balia dell'italiano Montoni, rischiando di perdere se stessa e l'amore della sua vita. Stringendo, questo è quanto. Potrei scrivere un saggio sulle tematiche affrontate, con tanto di interpretazioni psicanalitiche e tutti i consueti vaneggiamenti critico-letterari, ma ve li risparmio e vi racconto invece di come uno dei più grandi classici gotici sia dotato di una forte vena comica.

***D'ora in poi pericolo spoiler, lettori avvisati mezzi salvati***

Tanto per cominciare, i protagonisti di questo romanzo hanno la malsana abitudine di intraprendere viaggi passando per località sperdute in mezzo al nulla e in condizioni di salute precarie. D'accordo, siamo alla fine del sedicesimo secolo, tutto nella norma, direte, ma state certi e sicuri che in un bivio in cui la strada A si presenta dritta, illuminata e confortevole e la via B invece precaria, oscura e con il cartello di "pericolo banditi" prenderanno la via B senza pensarci su due volte. Non importa se non sono né baldi né giovani, o se hanno al seguito fanciulle con la sincope facile. No. Loro sceglieranno sempre e comunque la via B, a costo di restarci secchi.

Emily. Ammetto di aver faticato a provare simpatia per lei, soprattutto per il suo talento nel complicarsi la vita. Per carità, va detto che se ci fossi stata io al suo posto il romanzo avrebbe contato sì e no duecento pagine, e il castello di Udolpho non si sarebbe visto nemmeno col binocolo. Ma, sempre per la serie "ufficio complicazioni affari semplici", di fronte a una soluzione servita su piatto d'argento quale accettare la proposta di matrimonio di Valancourt e sottrarsi alle grinfie di Montoni (e soprattutto, di quell'insulsa di sua zia) la ragazza preferirà andare incontro a ogni genere di disavventura pur di non macchiarsi di disobbedienza. *Applauso*
source
Emily. Sì, ancora lei. Non mi sono mai imbattuta in un'eroina 1) con gusti così pessimi in quanto a uomini 2) con una capacità di attrarre i peggiori corteggiatori sulla piazza. Il punto due in effetti giustifica il punto uno, ma tra i due mali esisteva pur sempre il convento. Per dire.
Emily, che sviene sistematicamente ogni tot pagine, oh, Emily, che ama contemplare il paesaggio e comporre sonetti come i protagonisti dei musical iniziano a cantare da un momento all'altro! Che gioia per noi lettori! Oh, Emily, che prende in giro la cameriera per le sue sciocche superstizioni quando in realtà ci crede pure lei e se la fa sotto per la paura!

Valancourt, a lui va un duplice premio: stalker del sedicesimo secolo (tutte a criticare Edward Cullen... tzè, beccatevi questo, in confronto il vampiro sbrilluccicante è un pivello) e peggior protagonista maschile di tutti i tempi. Incline al pianto e alla disperazione, nonché a vagare per gli altrui giardini alla ricerca dell'amata perduta (o di un di lei ricordo), appena questa volta l'angolo non esita a darsi al vizio e a dilapidare i suoi già miseri averi. Quello che si suol definire un buon partito, insomma. Mi viene quasi da pensare che, nella prima parte, quando il padre, credendo di essere seguito da un brigante, spara alla cieca dalla carrozza ferendo, toh, Valancourt, ecco, mi viene da pensare che non fosse esattamente una circostanza sfortunata.

Tirando le somme, il romanzo non è certo avaro di colpi di scena, e la Radcliffe gioca con maestria le sue carte, tanto che occorre attendere le ultime pagine per veder risolto ogni mistero. Peccato che di soprannaturale non rimanga più nulla. Ma nulla nulla. Avete presente i cartoni di Scooby Doo? Ecco. Un mix tra Scooby Doo e una telenovela anni ottanta, con tanto di suore pazze, identità nascoste e chi più ne ha più ne metta.

***Fine allarme spoiler***

Ora torno seria e aggiungo qualche altra considerazione. Al di là delle rimostranze di cui sopra (a cui aggiungo la logorrea descrittiva) Udolpho rimane un romanzo imprescindibile per gli amanti del genere.  E' riuscito a tenermi con il fiato sospeso per un migliaio e oltre di pagine, un'impresa non da poco. Ogni tassello, infine, trova la sua collocazione, tanto che gli sceneggiatori di Lost avrebbero avuto tutto da imparare. E poi, sì, nonostante quanto ho affermato sopra, rimane le quintessenza del gotico. Anche ai lettori più cinici, se non qualche brivido, sicuramente regalerà il piacere di imbattersi in quelli che in seguito sono diventati dei veri e propri tòpoi. La parte più gustosa è senz'altro quella centrale in cui, insieme ad Emily, ci aggiriamo nei meandri di un castello che abita la nostra immaginazione da sempre. 

Mi si perdoni se, nel mentre, mi sono fatta prendere da una vena comica che a qualcuno potrebbe sembrare irrispettosa nei confronti di un capolavoro della letteratura. Questo non significa che non l'abbia amato, anzi. Jane Austen, che disse
fino a che avrò Udolpho da leggere, mi sentirò come se nulla potesse rendermi infelice
creò quella che può definirsi una parodia, Northanger Abbey. Quindi, con il benestare di zia Jane, vi saluto con la coscienza a posto ;)
10